“Dio è morto ed anche io non mi sento molto bene”

hqdefaultNel giorno di commemorazione dei fratelli e sorelle passate al di là del velo, vi trasmetto alcune riflessioni tratte dalle letture dei testi di Vito Mancuso.
In questa fase della mia vita alcune volte mi soffermo a pensare alla morte. Sino a qualche tempo fa, lo avvertivo come un problema teorico che interessasse gli altri.  Socrate invece, senza nessuna paura, prima di bere il veleno mortale disse ai suoi giudici: “E’ ormai venuta l’ora di andare: io, a morire, e voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che a Dio”. Paura per alcuni, priva di paura per altri, la fine della vita è comunque per tutti avvolta nell’oscurità. Le molteplici risposte sull’argomento si possono dividere in due prospettive fondamentali:
– la morte è un male ed è da temere
– la morte non è un male e non è da temere
La tradizione cattolica e la dottrina cattolica dice che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato originale dell’uomo. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato. Per Francesco d’Assisi le cose stanno in modo diverso. Egli parla della morte come “sorella” e per essa loda il suo Signore. La scienza offre l’elemento decisivo per la risposta. Oggi è noto che la vita sulla terra esiste da poco meno di quattro miliardi  di anni, mentre l’Homo sapiens vi compare circa 150.000 anni fa. Da miliardi di anni c’è la vita, la quale non è  mai stata senza morte, essendo fin dall’inizio la morte di alcuni la condizione per la vita di altri, secondo la logica della catena alimentare. La morte quindi c’è ben prima di Adamo e del suo presunto peccato. Essa tuttavia mette in luce il senso di ingiustizia connesso ad ogni morte, non solo a quelle  premature, ma anche a quelle persone cariche di anni. Per quanto la morte sia naturale, il sentimento avverte che non è giusto che una persona con la sua irripetibilità non ci sia più. La vita vuole vivere e per questo avverte con amarezza il suo e altrui spegnimento. Ma è proprio in questa contraddizione che bisogna imparare a morire. Vedere deperire la propria forza fisica e intellettuale, e altri più giovani e ora più forti prendere il nostro posto, e tuttavia non recriminare acidamente sul corso delle cose ma continuare ad amare la vita, questo significa imparare a morire. Vedere appassire la propria bellezza, e altre persone più giovani e ora più avvenenti catturare gli sguardi prima indirizzati a noi, e tuttavia continuare ad amare il mondo, questo significa imparare a morire. Sentire sul proprio corpo e nella nostra mente i segni dolorosi e umilianti della decadenza e tuttavia non smettere di meravigliarsi e di ringraziare per il dono della vita: questo significa imparare a morire. Imparare a morire significa anche comprendere che la morte è naturale, in quanto la vita è un processo che prevede una maturazione progressiva e poi una degenerazione programmata. La morte è inscritta da sempre nella logica di questa vita. Accettare questo dato è segno di sapienza e genera libertà.
Noi siamo qui grazie al lavoro e alla morte di altri, e siamo chiamati a lavorare e a morire per l’esistenza di altri. Accettare questa logica significa “rinnegare se stessi” cioè non fare del proprio ego il centro del mondo, bensì porlo al servizio di qualcosa di più grande. Di che cosa? Del processo cosmico.

 

 

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7 risposte a “Dio è morto ed anche io non mi sento molto bene”

  1. Lucilla Bua dice:

    Ringrazio chi ha fatto il tentativo di chiarirmi la via. Chiedo a tutti altra luce per illuminarmi a trovare risposte adeguate ancora nascoste alla mia coscienza. Vi abbraccio tutti.

  2. Mariangela dice:

    veramente toccante lo scritto di Enio. Non so come potrò affrontare il mio passaggio ma per ora credo che sia importante vivere la vita con intensità e senza fare del male agli altri o almeno sforzarsi di non farlo.Nella mia vita ho visto che chi ha scelto questo percorso è arrivato al passaggio con un’accettazione serena di ciò che è inevitabile.

  3. Giorgio T. dice:

    Molto bello il testo di Enio che tratta con delicatezza un argomento sempre difficile da esprimere. Penso che nessuno abbia una chiave di lettura universale ed applicabile per tutti gli esseri umani,dobbiamo solo vivere ed imparare il meglio possibile a decifrare che cosa rappresenta la vita.
    Le parole non sono mai sufficenti per chiarire gli aspetti legati al passaggio, spero che comunque,per qualcuno, possano essere un’ancora di salvezza che impedisca di sprofondare nell’oblio.

  4. Gianna dice:

    Quando si arriva a prendere coscienza che esiste la vita dopo la morte, si riesce a cambiare radicalmente tanto il significato che si attribuisce alla vita quanto quello che si attribuisce alla morte. Inoltre, diventando consapevoli che il mondo dopo la morte esiste realmente, si riesce a prendere coscienza che la vita che l’essere umano conduce in questo mondo è per lui, fino al momento della morte, un “luogo di tirocinio”. Anche considerando soltanto il nascere e il morire, si può capire che “morire è uguale a nascere” e che “nascere è uguale a morire”.
    Ne consegue che tanto la nascita quanto la morte non sono qualcosa per cui sia il caso di essere tristi o felici: sono avvenimenti che non rivestono grande importanza. E’ molto più importante, invece, impegnarsi a seguire il tirocinio nelle due fasi in cui si svolge la nostra vita.

  5. lucilla bua dice:

    Grazie Enio mi sento molto vicina e felice di accogliere la morte ma chiedo a chi crede di avere capito la strada se e giusto lasciarsi andare fino al suicidio o accettare a qualsiasi prezzo l’accanimento terapeutico. Onesta intellettuale dove sei? Lucilla

    • Gianna dice:

      La strada secondo me non è ne una ne l’altra. Si deve solo accettare quello che si vive in ogni momento.

      • lucilla bua dice:

        E siamo su una terza strada! tutte e tre accettate e dove stiamo andando? Gianna cara sto proprio parlando di accettazione e devi saper scegliere e non è per niente facile.

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